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mercoledì, gennaio 21, 2015 @ 09:01 AM
guido
Cesare Marguerettaz, Enrico Massetto,  Piccolo manuale pratico per l’avvicinamneto alla Fiera di Sant’Orso, Testolin ed.

Cesare Marguerettaz, Enrico Massetto,
Piccolo manuale pratico per l’avvicinamneto alla Fiera di Sant’Orso, Testolin ed.

Celebrata il 1 febbraio, in odore di candelora, festa celtica della dea Brigit, patrona del fare artigiano, la festa di Sant’Orso si festeggia da secoli il 30 e 31 gennaio, alla vigilia del giorno dedicato al santo. Un’intera tribù – quella degli artigiani – per due giorni smarrisce ogni pudore e si riversa in strada esponendo se stessa e i propri manufatti. Lo fa per celebrare la rinascita dal letargo? 

Il letargo è finito, l’orso domani si sveglia! Ad Aosta lo si annuncia con una fiera!  L’orso è un animale antico per la Valle, tanto che gli antichi Salassi, asserivano: “Se tra i Salassi vige il detto che ‘quando la marmotta esce dalla tana durante il letargo a guardare la sua ombra: se è visibile, cioè se c’è il sole, l’inverno durerà ancora sei settimane”

Su SantOrso, il santo più popolare della Val d’Aosta, protettore contro le calamità naturali e molte malattie, tra cui i reumatismi e il mal di schiena, si posa nell’iconografia, un uccellino, a ricordare che destinava una parte del raccolto del suo campo ai passeri. Lo si riconosce dal bastone, dal piccolo codice (libro) e dal passero sulla spalla.
Le notizie pervenutaci sulla vita di sant’Orso, sono desunte oltre che dalle tradizioni orali, anche da una “Vita Beati Ursi” di autore sconosciuto, della quale esistono due redazioni, una più antica e breve, della fine dell’VIII secolo o inizio del IX e la seconda più ampia ed elaborata, della seconda metà del XIII secolo. Figlio spirituale del grande Patrizio e mosso dallo spirito missionario cui fece capo San Colombano e i suoi seguaci, che attraversarono l’Inghilterra, la Bretagna, la Neustria e l’Austrasia (allora Francia e Germania) fondando monasteri e abbazie, per giungere a Bobbio (Pc) nel 614.

Céli Dé

Il movimento dei monaci irlandesi prese il nome di Céli Dé(Compagni di Dio), fu un movimento di riforma spirituale, come reazione alla corruzione graduale della Chiesa. Molti di loro erano eremiti e anacoreti e abbandonavano i monasteri per celle solitarie e solitarie in luoghi deserti. Fu la cosìdetta ” diàspora ” irlandese in Europa, così chiamata dal nome di una pietra che, sottoposta al calore, si scinde in minuti frammenti. Sant’Orso fu quasi certamente era un presbitero aostano, vissuto fra il V e l’VIII secolo; aveva il compito di custodire e celebrare, nella chiesa cimiteriale di San Pietro.
Questa figura di custode e celebrante di una determinata cappella o chiesa cimiteriale, era molto diffusa nei secoli passati e a volte, quando questi edifici si trovavano in zone più isolate, questi custodi-celebranti prendevano il nome di eremiti, ai quali si rivolgevano i fedeli per le loro necessità spirituali.
Lo sconosciuto autore della ‘Vita’, lo descrive come uomo semplice, dolce, umile, pacifico ed altruista; un “uomo di Dio” che coniugava la preghiera continua alle opere di carità, visitando i malati, sfamando i poveri, consolando gli afflitti e aiutando oppressi, vedove e orfani; dedito al lavoro del suo campicello per procurarsi il cibo necessario, Orso, di quanto riusciva a raccogliere dalla coltivazione, ne faceva tra parti, per sé, per i poveri, per gli uccellini, i quali dice la leggenda, riconoscenti si posavano affettuosamente sulla sua testa, sulle spalle, sulle mani; inoltre curava una piccola vigna, il cui vino aveva la virtù di guarire i malati.
Orso è un santo, che molti vorrebbero imitare, la sua vita richiama alla mente, un’esistenza arcaica, pastorale, agreste, in pace con Dio, con la natura, con sé stesso e di riflesso con gli altri, senza nemici da combattere, ma aiutando il prossimo nei bisogni sia materiali, sia fisici, sia spirituali.
Concorre alla sua fama, la millenaria Fiera che porta il suo nome, secondo la diffusa tradizione, l’origine del mercato va collegata a una delle forme di carità praticate da sant’Orso, consistente nel distribuire ai poveri degli zoccoli di legno.
La Fiera di S. Orso, presenta i prodotti artigianali della regione Valle d’Aosta, soprattutto quelli in legno, come i sabot (zoccoli), i tsaven (cestini), equile (ciotole), le grolle, gli attrezzi agricoli e naturalmente i tatà, giocattoli in forma animale.
http://www.fieradisantorso.it/

Cesare Marguerettaz, Enrico Massetto,
Piccolo manuale pratico per l’avvicinamneto alla Fiera di Sant’Orso, Testolin ed.
giovedì, marzo 27, 2014 @ 12:03 PM
guido

sempioneE’ iniziato il lungo contro alla rovescia per l’Expo, che decreterà il successo o il fallimento di Milano, come ospite di una fiera internazionale che dal 1906, il nostro capoluogo non ha più potuto più immaginare. Le tematiche di questo Expo sono a tutti note e sembra che si parlerà anche di storia dell’alimentazione e dei nostri prodotti di origine?

Staremo a vedere, ad oggi la storia del vino ha fatto finta di interessare a molti, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di investirci e tantomeno qualcuno capirà l’importanza del patrimonio storico che possediamo da mostrare all’Expo. Intendo quindi sul mio portale, Il Buono della vita, ricordare con alcuni articoli, in parte pubblicati e in parte inediti, quale giacimento abbiamo a disposizione nel nostro Belpaese, dove i vini raccontano veramente delle storie incredibili.  

 

Antonio Carpenè, l’anima della vitivinicoltura trevigiana

Con la caduta della Repubblica veneta, avvenuta nel 1797, si interruppero tutti i fermenti e le attività di conoscenza e di crescita della viticoltura e dell’enologia trevigiane, svolte dalla Accademia agraria degli aspiranti sorta a Conegliano per volere della Serenissima alla metà del’600.

Le successive dominazioni, napoleonica ed austriaca portarono ad un degrado generale dell’agricoltura del Trevigiano e solo dopo l’unificazione del Veneto all’Italia, ripresero vigore a Conegliano le iniziative volte alla crescita del settore agricolo. Tra i sostenitori di questa crescita vi furono Angelo Vianello e Antonio Carpenè, che nel 1868 diedero vita alla Società enologica trevigiana, sorta con il duplice scopo di istruzione dei propri soci e di speculazione commerciale, con produzione di vini da pasto di buona qualità.

carpenèNel 1874, un anno dopo l’esposizione di Vienna, fu pubblicato l’importante volume: “La vite e il vino nella provincia di Treviso”, lavoro che aveva accompagnato i vini della Società enologica trevisana proprio all’esposizione universale tenutasi nella capitale austriaca. Oggi questo libro è stato ripubblicato in edizione anastatica, per volontà della Carpenè Malvolti, ed edito dalla De Bastiani editore (Tv).

Una finestra reale, aperta a distanza di oltre cent’anni, in cui vengono esaminate le questioni più importanti della vitivinicoltura della provincia di Treviso. I terreni, il clima, la divisione tra la sua popolazione e l’attività agraria Interessante la distribuzione della superficie vitata, con approfondimenti nella produzione vinicola suddivisi per tipologie e qualità. Tra le cose notevoli di questo periodo è la mancanza pressoché totale di vitigni internazionali, mentre abbondano il Pignolo, il Raboso, il Verduzzo, il Verdiso, il Bianchetto e il Prosecco. 27 i vini bianchi contro 23 i vini rossi presenti nei 96 comuni della Provincia. Entrando nel dettaglio, gli autori scrivono che i vini del Trevigiano possono dividersi in due semplici categorie: i vini neri comuni da pasto e i vini gialli, mentre si producevano i vini santi, liquorosi e da lusso in piccole quantità.

1894_Fiera_Internazionale_rid-213x300I vini neri, fatta qualche eccezione per l’Asolano, venivano dalla pianura, mentre i bianchi dalle colline o zone montuose. La parte più interessante del volume riguarda i metodi di vinificazione, con una parte illustrata da disegni di macchine enologiche. La nota più interessante, che meriterebbe un approfondimento, è che per primo Antonio Carpenè si sforzò di introdurre la pastorizzazione per i vini gialli, ottenendo prodotti sicuramente più gradevoli di quelli tradizionali, che, a detta degli autori “sempre posseggono sapore delle graspe e del tannino, quasi sempre d’estate puntano alla gola e diventano filanti”.

sabato, dicembre 14, 2013 @ 09:12 AM
guido

zoom_7116-668x501La luce era diversa, in quella fresca mattina di fine settembre del 1499, l’afa estiva, opprimente, stava lasciando la bassa milanese. Leonardo, sveglio alle prime luci dell’alba, entrò nella vigna che gli aveva donato Ludovico il Moro, duca di Milano, assai soddisfatto dei servigi del Da Vinci, tanto da regalargli un terreno situato fuori città con un estensione di 16 pertiche piantato a viti.

Una bella vigna, oltre il fossato della città, fra porta Vercellina e la pusterla di S. Ambrogio, accanto il monastero di San Gerolamo, congeniale a Leonardo, poiché era poco distante dal Castello sforzesco e da S. Maria delle Grazie, i due maggiori centri della sua attività. Era stata una buona idea quella di farsi costruire una casa nella “vigna”, pensò Leonardo, soprattutto d’estate, quando diventava impossibile per lui riposare all’interno delle mura della Corte Vecchia, l’antico palazzo ducale, dove Ludovico il Moro gli aveva assegnato bellissimi appartamenti.

Leonardo ammirò i grappoli di Pignolo e di Nebbiolo, che fra poco maturi, avrebbero dato quel unico e meraviglioso nettare, che allietava l’esistenza umana dall’origine dei tempi. Si diceva in giro che Leonardo da Vinci fosse astemio, ma l’artista era troppo intelligente per non apprezzare il vino, dono di una natura che amava e rispettava in ogni sua forma. Certo non ne abusava  e quasi mai lo consumava nelle taverne, preferiva degustarlo al di fuori da sguardi indiscreti, anche per un motivo preventivo. Viveva in una società dove il veleno era lo strumento più semplice e sbrigativo per togliere di mezzo qualcuno e Leonardo di invidiosi, dai quali guardarsi, ne aveva parecchi. Il vino nascondeva bene il sapore del veleno e il Da Vinci aveva ancora tanto da scoprire in quel mondo così duro e spietato.

Leonardo da Vinci era nato il 15 aprile 1452 dal notaio Piero e da Caterina, una contadina, in una fattoria di Anchiano, poco distante da Vinci, in Toscana, terre del nobile Sangiovese. Il vino era quindi nel suo DNA, come la curiosità per tutto quello che non conosceva. Della vite lo incuriosiva soprattutto il fatto di come questa pianta nascesse selvatica e opportunamente si diramava in ogni luogo della Terra, dalle pianure alle montagne, dalle foreste alle paludi.

L’uomo era riuscito però ad addomesticarla e produrre quel prezioso “divino licore dell’uva”, come lo descrisse Leonardo in una delle sue novelle (“il vino e i maomettani”) e dove provava sincero rammarico per la scelta mussulmana di bandire il vino dalle gioie della vita. Leonardo da Vinci aveva già compreso che l’alimentazione era l’aspetto più importante del vivere sano, oltre ad essere vegetariano, forse il primo dell’Italia del Rinascimento, raccomandava sempre ai suoi allievi “Se voi star sano, osserva questa norma: non mangiar sanza voglia, e cena lieve; mastica bene, e quel che in te ricive sia ben cotto, e di semplice forma. Di mezzogiorno fa che tu non dorma; El vin sia temprato, poco e spesso, non for di pasto, né a stomaco voto”Continuando a tastare gli acini dei grappoli turgidi, ormai quasi ad ottima maturazione, Leonardo passava in rassegna ciò che aveva imparato dalla sue ricerche ed esperienze sul vino. Era rimasto particolarmente impressionato dai vigneti che aveva visto arrampicarsi sulle montagne della Valtellina, tanto che scrisse: “Voltolina, com’è detto, valle circundata d’alti e terribili monti, fa vini potenti assai”.

Ma mentre i piacevoli ricordi di viaggio scorrevano dolcemente nella memoria, una voce giovane, fresca, petulante, lo chiamò e un giovinetto in una camicia da notte molto concisa, si affacciò sulla porta della bottega stuzzicandolo. Era  il Salaì o Salaino (nel Morgante di Pulci questo nomignolo significava Satana), in realtà Giacomo Caprotti, diventato “allievo prediletto” di Leonardo e assunto quando aveva 10 anni nel 1490 (tra Leonardo ed il Salaì vi erano ben 28 anni di differenza). Discepolo scadente, servo infido , “ladro bugiardo ostinato ghiotto” come pensava Leonardo, ma il piccolo “satana” aveva in compenso un viso d’angelo … ma questa è tutta un’altra storia.

untitleduntitled untitledNel 1499 Ludovico il Moro, duca di Milano, sembrò essere così soddisfatto dei servigi di Leonardo da Vinci da donargli un terreno situato fuori città con un estensione di 16 pertiche piantato a viti: la leggendaria “vigna di Leonardo”. Si trovava lungo la circonvallazione esterna, già via S. Girolamo, ora via Carducci, oltre il fossato della città, fra porta Vercellina e la pusterla di S. Ambrogio, presso il monastero di San Gerolamo, al quale verso il 1520 venne in parte incorporata. Il 23 aprile 1519, qualche giorno aver compiuto 67 anni, sentendo avvicinarsi la morte, Leonardo fece testamento e lasciò al suo servo Battista de Villanis metà della vigna mentre l’altra metà fu donata al Salaì, insieme alla casa che questo  vi aveva costruito. La vigna di Leonardo, secondo Luca Beltrami uno dei più autorevoli studiosi dell’artista, sembra essere rimasta nelle condizioni in cui si trovava all’atto della donazione, sistemata cioè semplicemente a vigna, con un viale mediano o pergolato fino al 1920.

 Estratto da Guido Montaldo e  Sergio Redaelli, “Storia d’Italia in 40 cantine”, Macchione editore, 2010

sabato, febbraio 16, 2013 @ 09:02 AM
admin

Manuale di conversazione per enoturisti, di E.Tosi e G.Nadali

Riprendiamo da Enotime.it, un articolo interessante sulla capacità e visibilità delle cantine di essere nel web. 

“Moltre aziende stanno costruendo o solidificando la propria reputazione mediante l’uso oculato di social media e siti aziendali ad elevato livello di condivisione e con ampia presenza di contenuti multimediali facilmente fruibili attraverso le piattaforme mobili, che ormai coprono il 90% dell’interazione giornaliera sui media. Questi dati sono chiaramente emersi durante la relazione del professor Rodolfo Baggio dell’Università Bocconi, durante la seconda giornata di Umbria for #winelovers, in corso a Terni fino a domenica 17 febbraio.
 
Creare e poi mantenere la propria reputazione online richiede partecipazione, condivisione, contenuti personalizzati e multicanale, aggiornamenti costanti e adattabilità ai diversi schermi (pc, smartphone, tablet), elementi che non possono essere improvvisati, tanto che molte aziende di media grande dimensione hanno allo scopo figure dedicate. Nell’era dei nuovi media, il sito web dell’azienda e la propria presenza sui social media è ormai molto più efficace dei tradizionali strumenti di promozione (indagine CST-Movimento Turismo Vino, Il volto dell’enoturista oggi). “Oggi, ha detto Baggio, è sempre più indispensabile per le aziende conoscere tutti gli strumenti che la r

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venerdì, febbraio 1, 2013 @ 02:02 PM
admin

Si, devo ammetterlo, ho avuto il piacere di avere in mano l’ultimo libro di Valerio Evangelisti, “Cartagena. Gli ultimi della Tortuga” appena pubblicato…fresco di stampa. Ma ho esitato prima di iniziare a leggerlo, perché avevo paura che mi piacesse troppo e che dopo questo terzo libro della saga dei Fratelli della Costa…tutto finisse!

Avevo già letto i precedenti Tortuga e Veracruz, con un gusto da bambino, come quando mio padre mi leggeva “20 mila leghe sotto i mari”; mentre ero ammalato di tonsille. I viaggi tra i libri di quando sei un bimbo, non te li scordi più. Sanno di meraviglioso. Quanto questo ultimo libro di Evangelisti.

Una saga iniziata con Tortuga, dove l’autore ha intrapreso uno studio approfondito, con tanto di bibliografia, per ambientarsi e muoversi a suo agio nella storia dei pirati delle Antille. Pirati e filibustieri questa volta, a servizio del re di Francia Luigi XIV, che per rimpinguare le casse asciugate dai nobili del regno

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sabato, ottobre 6, 2012 @ 08:10 AM
admin

Riprendo volentieri la selezione dell'amico Luigi Caricato, direttore di Teatro Naturalele novità editoriali appena pubblicate e soprattutto quelle in uscita nei prossimi giorni e in novembre.

 GIA’ IN LIBRERIA

Paola Cerana, Il linguaggio segreto dei vegetali. Come piante, frutta e ortaggi parlano ai nostri sensi, Agra

Piante, fiori, frutta e ortaggi possiedono un linguaggio segreto attraverso il quale parlano ai nostri sensi, anche se spesso non ne siamo del tutto consapevoli. Per comprendere questo linguaggio e i messaggi subliminali che i vegetali ci trasmettono si sono impegnati nel passato filosofi, studiosi della psiche umana e anche scrittori. Spesso le loro intuizioni sono state successivamente validate da studi più recenti. Questo libro non solo ha la caratteristica di affascinare i lettori, semplicemente curiosi della materia, ma anche di offrire spunti interessanti per il loro lavoro a tutti coloro che operano professionalmente nel settore.

 Andrea Segrè, Economia a colori, Einaudi

Il capitalismo, modello dominante preferit

diovan

Commenti disabilitati su Libri per l’autunno….selezionati da Luigi Caricato
venerdì, settembre 21, 2012 @ 06:09 AM
admin
Commenti disabilitati su La storia in un calice: Rodolfo Salis imprenditore dell'800 in Valtellina
lunedì, settembre 17, 2012 @ 10:09 AM
admin

Fino a poco tempo fa si pensava che il Biblino, mitico vino fenicio, prodotto nella città di Biblo, fosse l’antenato del moscato di Siracusa.

Il primo a metterne in discussione le origini e a far chiarezza sulla discendenza del vino più famoso dell’antichità, relazionandolo con il Gaglioppo e il Frappato, fu Attilio Scienza e i suoi collaboratori O.Failla e F. Geuna, che pubblicarono un interessante saggio all’interno di un affascinante pubblicazione dal titolo “Alle radici della civiltà del vino in Sicilia” a cura di O. Failla e G. Forni (edito dalla Cantina Settesoli di Menfi).

Ma chi era sua maestà il Biblino?

Già noto ad Esiodo, era un vino dolce e aromatico rosso, prodotto dapprima solo in Grecia e Fenicia, ma poi anche in Sicilia, come testimonia Magone, agronomo cartaginese, vissuto attorno al IV-III sec. a.C. , che affermava che fosse un vitigno greco giunto in Sicilia dopo il IV sec. con la trasformazione degli emporion in città.

I vini barattati in questi mercati erano l’espressione dei vini più famosi, come ad es. quelli della Traci

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sabato, febbraio 18, 2012 @ 01:02 PM
admin

Un ottimo articolo pubblicato su Teatro Naturale http://www.teatronaturale.it

 

“Il sesso comincia e finisce nel cervello, si sa. Tutto quello che avviene durante l’atto amoroso, è gioco, fantasia, trasgressione e arte ma in sostanza e in qualsiasi modo si persegua, il piacere ultimo resta essenzialmente chimico. E’ straordinario quello che si può scoprire oggi osservando il cervello nei suoi meccanismi interni. Attraverso la Spect, o Single Photon Emission Computered Tomography, si possono seguire in diretta le più piccole vibrazioni neurali, visualizzando ciò che accade ai nostri circuiti sinaptici quando sentiamo paura, ansia, desiderio, eccitazione e, appunto, piacere.

Se la natura delle emozioni resta in parte ancora velata dalla straordinaria complessità della psiche, l’orgasmo – sublime premio a tante fatiche esistenziali, umane e animali – non sembra invece avere più segreti per i neuroscienziati. Al contrario, agli innamorati questo segreto piace e se lo raccontano da sempre con le parole d’amore tanto care ai poeti. La risonanza magnetica, meno poeticamente, ne spiega il funzionamento seguendo il tortuoso percorso ormonale del piacere. Le stimolazioni delle zone erogene e degli organi sessuali si trasferiscono al cervello attraverso il midollo spinale, raggiungendo innanzitutto il talamo e disinibendo gradualmente l’attività della corteccia prefrontale, che normalmente fa da supervisore e mantiene sotto controllo gli impulsi. Quando l’eccitazione sensoriale raggiunge l’apice, esplode l’orgasmo, che si traduce in un rilascio di dopamina nel nucleo accumbens del cervello, mentre l’ipotalamo viene inondato di ossitocina, l’ormone dell’amore, dell’appagamento e della complicità affettiva.

Il meccanismo messo così a nudo e qui banalmente sintetizzato è, in realtà, molto più complesso e ingegnoso. Innanzitutto, ci sono importanti differenze tra uomini e donne, più o meno sensibili alle sollecitazioni di alcune parti del corpo che corrispondono rispettivamente a diverse zone cerebrali. Inoltre, l’intensità orgasmica varia dall’interesse verso la sessualità, dalla carica erotica, dalla capacità im

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lunedì, dicembre 5, 2011 @ 12:12 PM
admin

Martedì 6 dicembre 2011 – alle ore 20:30 – a MORAZZONE (VA) – presso la Sala Mazzucchelli – (via XXVI agosto, 6)

 presentazione del libro

 Il Seprio nel Medioevo. Longobardi nella Lombardia settentrionale (secc. VI-XIII)

 Intervengono:  

Matteo L. Bianchi – Sindaco di Morazzone; Francesca Brianza – Assessore alla Cultura Provincia di Varese

Gli autori 

Elena Percivaldi – medievista e curatrice del volume

Paola Marina De Marchi – Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia

Cristiano Brandolini – archeologo

Diego Dalla Gasperina – storico

Maddalena Pizzo – coordinatrice SIMArch

“Dal Lago Maggiore seguendo il corso del fiume Ticino fino a Padregnano, e da Padregnano a  Cerro di Parabiago e da Parabiago  a Caronno  e da Caronno fino al fiume Seveso, e dal Seveso fino al fiume Tresa fin dove il Tresa si getta nel suddetto Lago Maggiore”. Ecco i confini del Seprio così come li stabiliva, il 10 febbraio 1185, l'imperatore Federico Barbarossa. Il documento, noto come Trattato di Reggio, concedeva ai milanesi le regalie che l'impero aveva nei contadi non solo del Seprio, ma anche della Martesana, della Bulgaria, di Lecco e di Stazzona (Angera). Ma si trattava di confini ormai ristretti: a nord alla sponda meridionale del Lago di Lugano, a est al corso del Seveso, a ovest al Verbano e al Ticino, a sud al collegamento tra Seveso e Ticino all'altezza di Parabiago. Solo un pallido ricordo di ciò che era stato, nell'alto medioevo, uno dei territori più decisivi – strategicamente, militarmente, commercialmente, politicamente – per la storia non solo d'Italia, ma dell'intera Europa.  

A raccontarne la lunga e intensa storia di quest'area oggi appartenente alla Provincia di Varese c'è ora un volume, “Il Seprio nel Medioevo. Longobardi nella Lombardia Settentrionale (secc.VI-XIII)” (ed. Il Cerchio, Rimini) che raccoglie gli Atti dell'importante convegno svoltosi a Morazzone (Va) nell'aprile 2010. Un volume e una storia quanto mai attuali dopo il recentissimo (giugno 2011) ingresso di Castelseprio e Torba  nella World Heritage List dell'Unesco  come parte integrante del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 dC)” .

 

 

 

 

 

 

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