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martedì, giugno 27, 2017 @ 02:06 PM
guido

A meno di tre mesi dalla sua costituzione, l’Istituto, nato per rappresentare il Vermouth di Torino in Italia e nel mondo, organizza al Museo del Risorgimento di Torino un evento per raccontare alla città natale del Vermouth un pezzo importante della sua memoria storica. Protagonista dell’incontro è ovviamente il Vermouth, con i suoi oltre tre secoli di storia e cultura del bere raccontati con passione da studiosi ed imprenditori del settore attraverso memorie storiche, aneddoti e curiosità. Finale con grande degustazione delle marche fondatrici dell’Istituto.

La sola città di Torino aveva nel 1840 almeno 30 produttori di Vermouth e liquori e 42 distillerie di brandy e grappa, senza contare il resto del Piemonte. Produttori che esportavano Vermouth in tutto il mondo, la gran maggioranza dei quali sono scomparsi per ragioni di mercato o scelte imprenditoriali o per gli alti e bassi dei consumi tra i secoli. A quelle case più note, floride e sopravvissute, si aggiungono in questi anni recenti nuovi produttori artigianali o nuove produzioni riprese dalle ricette  storiche. La produzione mondiale di Vermouth e prodotti affini si concentrava nella stragrande maggioranza sull’asse Torino – Pessione – Asti – Canelli, zona interessata dalla felice convivenza di vigneti e coltivazioni di altro genere, necessarie alla produzione migliore, ma a questa ed alle inoppugnabili prove storiche sedimentate di tre secoli di produzione si aggiunge il savoir faire piemontese e la passione, indispensabile ingrediente necessario alla trasmissione tra le generazioni di ricette originali e metodi di produzione.

Le aziende produttrici più antiche erano localizzate in prossimità di fiumi e strade ferrate, a testimoniare la necessità di spedire grandi quantità in tutti i continenti: dal Venezuela all’Australia, erano già 150 i Paesi in cui, a metà Ottocento, veniva esportato il Vermouth di Torino. Il gusto veniva declinato in base alle esigenze dei consumatori delle varie zone del mondo. Un avviso di passaggio informava i clienti della data e del luogo di arrivo del rappresentante, che annualmente o semestralmente si fermava in città per vendere il suo carico di Vermouth. Il vino aromatizzato veniva acquistato in barili o partite di bottiglie, che venivano poi riempite all’occorrenza. Il Vermouth è infatti il primo prodotto imbottigliato dagli stessi clienti, tanto che le bottiglie distribuite riportavano la dicitura nell’etichetta. Quest’abitudine venne poi vietata dal 1956, dopo la Seconda Guerra Mondiale.”

“Il successo del Vermouth ha portato all’intuizione dei bar monomarca, veri e propri negozi che vendevano esclusivamente i prodotti dell’azienda. Il grande interesse del pubblico nei confronti del Vermouth ha spinto le aziende a trovare nuove strategie promozionali, investendo fortemente in attività sportive come il calcio o le corse automobilistiche.” “Il Vermouth di Torino sarà quindi l’unico prodotto alimentare a portare in bottiglia nei salotti di casa, nei bar e caffè del mondo la denominazione della città. Un potente mezzo promozionale per Torino e Piemonte che oggi guida il trend positivo del bere con l’adeguato contenuto alcolico rispetto agli spiriti ed in piena sintonia con lo stile mediterraneo alimentare.”

Queste sono solo alcune delle affascinanti storie raccontate nel corso della prima uscita ufficiale, a tre mesi dalla sua costituzione, dell’Istituto del Vermouth di Torino,  l’organismo costituitosi ufficialmente il 7 aprile scorso per rappresentare la storica bevanda in Italia e nel mondo e al quale hanno aderito la maggior parte dei marchi produttori presenti oggi sul mercato: Berto, Bordiga, Carlo Alberto, Carpano, Chazalettes, Cinzano, Del Professore, Giulio Cocchi,  Drapò, Gancia, La Canellese, Martini & Rossi, Giovanni Sperone, Vergnano e Tosti. Per celebrare il compimento di questo percorso di aggregazione durato circa vent’anni, che ha portato, tra l’altro, alla denominazione legale riconosciuta “Vermouth di Torino”, l’Istituto del Vermouth di Torino ha scelto di ripercorrere tre secoli di storia e cultura del bere a Torino e nel mondo nel corso di una tavola rotonda organizzata questa mattina presso il Museo del Risorgimento del capoluogo piemontese. L’incontro è stato moderato da Fulvio Piccinino, sommelier e barman, docente e scrittore, socio onorario dell’Istituto ed autore nel 2015 del libro “Il Vermouth di Torino”.

 

 

giovedì, aprile 2, 2015 @ 10:04 AM
guido

appassimentoIn una recente puntata di ExpoWineList, rubrica mensile di Mixer, http://www.mixerplanet.com/RIVISTE/Mixer/274/index.html, abbiamo parlato della Valpolicella, che grazie soprattutto al suo Amarone, è diventato il vigneto più prezioso d’Italia. 7.435 ettari coltivati a vite, che secondo uno studio di Assoenologi, valgono complessivamente circa 4 miliardi  di euro, una cifra che non ha eguali tra le altre Denominazioni italiane di vino rosso.

Ma Valpolicella non è solo Amarone, ce ne siamo resi conto durante l’ultimo tasting, dove mettiamo in evidenza non solo le caratteristiche organolettiche del vino, ma anche il valore del packaging, della facilità degli abbinamenti in cucina, del valore aggiunto verso il territorio, la ristorazione, ecc. ecc. Considerato forse a torto il “fratello minore” dell’ Amarone, il Valpolicella “Ripasso” è un vino che riscuote un gran successo, dovuto sicuramente all’ ottimo rapporto qualità/prezzo e al suo fascino verso soprattutto i giovani.

Il ripasso è una pratica di cantina – tipica della Valpolicella e simile al rigoverno utilizzato per il Chianti- che consiste nella rifermentazione (o seconda fermentazione) del vino Valpolicella fresco, con le vinacce (o fecce) appena utilizzate per la fermentazione dell’Amarone, vinacce provenienti da uve della medesima vendemmia, ma quindi appassite.  Conferisce al Valpolicella Classico, prodotto con uve di Corvina, Rondinella e Molinara, maggiore struttura e corpo, profumi più complessi e “maturi”, insomma un vino molto  piacevole, ma non impegnativo come l’Amarone e neanche così costoso.

In Valpolicella la tecnica del ripasso era caduta in disuso, quando a metà degli anni ’60 Masi Agricola la reintrodusse, donando nel 2006 il marchio di Valpolicella Superiore Ripasso alla Camera di Commercio di Verona,  in modo che altri produttori la potessero utilizzare. Un vino molto duttile a tavola perché lascia spazio a innumerevoli abbinamenti, sia tradizionali italiani, che con le cucine del mondo, etniche o creative. Da ricordare il servizio, che merita rispetto tanto quanto l’Amarone: apertura della bottiglia tempo prima; un calice ampio, balloon e una temperatura non inferiore ai 18 gradi.

I Valpolicella Ripasso degustati per la rubrica ExpoWineList, sono tutti eccellenti, alcuni di questi emergono tra gli altri per bontà e valore aggiunto. 111319

Il Valpolicella Doc Classico Superiore  Sant Urbano 2011, Viticoltori Speri,campione di biodiversità (vengono vinificate solo proprie uve provenienti da cloni autoctoni, preservando le varietà storiche a rischio di estinzione), ha un packaging mirabile, elegante e lungimirante. Un bouquet esplosivo di frutta rossa matura, che apre ad un palato piacevolissimo, che non stanca mai. Armonizza gli zuccheri dell’appassimento –a volte eccessivi in alcuni Amaroni- con le migliori sensazioni balsamiche di un gran vino rosso. Torre del Falasco Valpolicella Superiore ripasso 2012 Cantina Valpantena, ricco spettro ampelografico, note di sottobosco e confettura, in bocca è suntuoso e originale, un vino ideale a tutto pasto, non troppo impegnativo, dotato di grande bevibilità.

lunedì, luglio 15, 2013 @ 09:07 AM
admin

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Ogni anno Paolo Bisol, titolare di Ruggeri, un nome importante nella tradizione del Prosecco di Valdobbiandene, mi manda in degustazione le anteprime dei suoi “cavalli di battaglia” tra cui più di una parola d’encomio va spesa per il recupero delle vecchie viti, da cui nasce l’omonimo Brut Valdobbiadene Prosecco Superiore .D.O.C.G.

 “Questo vino- spiega Paolo –  tratto da Vecchie Viti di Valdobbiadene, le più belle e longeve Prosecche, Bianchette, Verdise e Perere, vuole essere un omaggio alla nostra terra e alla memoria degli uomini e delle donne che con le loro mani e il loro cuore la resero unica e feconda”. Per giungere a produrre questo vino è necessaria la collaborazione di numerosi agricoltori, proprietari dei più bei vigneti di San Pietro, Santo Stefano, Cartizze, Guia e Saccol, che possiedono viti comprese tra gli 80 e 100 anni circa.

Da quest’anno sono state messe a dimora le barbatelle innestate col legno prelevato dalle vecchie viti di Valdobbiadene. È questo il punto di arrivo di un  progetto  nato in collaborazione col nostro Consorzio di Tutela e con Veneto Agricoltura.

“Mettendo a frutto le nostre osservazioni sul campo, – continua Paolo Bisol – i molti anni di esperienza in vigneto e in cantina, e grazie alla sensibilità del nostro agronomo Gianluca Tognon, abbiamo selezionato 57 Prosecche, 3 Perere, 3 Bianchette e 6 Verdise: tutte piante con oltre 100 anni di età, veri monumenti vegetali, venerabili patriarchi che ancora, ogni anno,  producono splendidi grappoli dorati”.

Per ogni biotipo abbiamo piantato 3 viti, creando così una piccola collezione, un vigneto museale, che contribuirà a preservare nel tempo il grande e prezioso patrimonio genetico delle colline di Valdobbiadene. Anche al di là di più ampie considerazioni etiche, è evidente che salvaguardare la biodiversità è di fondamentale importanza per contrastare la crescente omologazione dovuta al comune impiego di barbatelle fornite dai grandi vivai.

Con questo piccolo gesto concreto Ruggeri vuole contribuire a preservare nel tempo la molteplicità dei profumi e dei sapori che hanno marcato, nel tempo, la storia di Valdobbiadene. 

mercoledì, settembre 19, 2012 @ 03:09 PM
admin

La Valtellina è oggi per antonomasia una terra davinirossi, nonostante numerosi documenti storici testimonino che nel passato si producesserovinibianchi, addirittura passiti ovinidi paglia, da cui poi sarebbe in seguito derivata la produzione di Sforzato.

Dalle preziosissime ricerche di Diego Zoia, studioso di Tirano (So), apprendiamo da un documento del 1724, che il “vino di paglia” era disponibile dopo la prima decina di dicembre.

Probabilmente ero lo stesso di cui parlava Giovanni Guler Von Weineck , governatore grigione (svizzero) della Valtellina nel biennio 1587-88, che scriveva: “Si appresta anche un buon vino dolce, che viene chiamato vino passito dalla maniera con cui i grappoli, dopo essere colti, vengono esposti sulla paglia per certo tempo, prima di essere pigiati”.

Era l’Aromatico di cui scriveva tempo dopo l’ abate Francesco Saverio Quadrio, nelle celebri “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi” (1755): “Parlo qui di quel vino detto Aromatico, che è vin di regalo; né già è così nominato, perché sia con aromi a quella perfezione condotto, come suppongono molti fuor di Paese. Esso è affatto naturale e sincero; ma che da scelte uve e lasciate bene prima appassire, espresso acquista per se medesimo e dal dolce aere quella fragranza e vigore che il rende delizia de’ pranzi e fin medicina de’ mali”.

Prima ancora che si parlasse di Sforzato quindi, prodotto con uve nere, l’Aromatico era un vino dolce di gran pregio, al quale si dedicava nell’”Hostaria granda” di Tirano, un locale per la degustazione.

Nel 1834, come scriveva il medico Filippo Massara, la produzione di Aromatico continuò a fianco di quella dello Sforzato, ma si parlava già divini ottenuti solo da uve rosse.

Come spiega sempre Diego Zoia nel suo libro*, il dominio dei Grigioni impose veri e propri disciplinari di produzione ai vignaioli valtellinesi, dove si obbligava la coltivazione dei vitigni a bacca rossa, da ciò la lenta scomparsa dei vitigni a bacca bianca.

Infine anche Cesare Cantù nella sua Grande Illustrazione del lombardo veneto, parlò di  vino sforzato di Tirano, Villa, Bianzone e di aromatico “che massime a Chiavenna faceasi d’uva appassita e teneasi in botti che non si vuotavano mai, ma ogni anni si rincapellavano”.

La storia più bella di oggi è che alcune cantine della Valtellina stanno provando avinificare, in gran segreto, l’Aromatico.

* Diego Zoia, “Vite e Vino in Valtellina e Valchiavenna”, 2004, www.officinadellibro.com

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mercoledì, marzo 14, 2012 @ 07:03 PM
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E’ questa la proposta di Onav Lombardia che mercoledì 28 marzo,  alle 21,  nella sede di Via Termopili, 12 a Milano ha organizzato l’evento “Alla scoperta dei vini del Libano” che  farà conoscere  una delle viticolture più dinamiche ed emergenti. Dallo Chateau Musar alle altre espressioni l’appuntamento offrirà agli appassionai del vino l’opportunità di scoprire  un antico e affascinante  angolo del mondo dell’enologia.   Il Libano è uno dei Paesi nei quali la produzione del vino si perde nella notte dei tempi e la Valle della Bekaa è sempre stata la principale regione vinicola, grazie anche al clima favorevole e al terreno argilloso-calcareo. 

In degustazione ci saranno  produzioni qualitativamente più rilevanti, partendo da Chateau Ksara, la più antica azienda vinicola del Libano fondata nel 1857, giungendo sino a Chateau Musar fondata nel 1930 da Gaston Hochar.

II viaggio in questo territorio non passerà solo attraverso  la sua enologia,  ma anche grazie ad un filmato che proietterà gli osp

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