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lemon-906141_1920Viridea propone un ciclo di incontri gratuiti dedicati alla scoperta delle proprietà benefiche delle piante aromatiche e officinali. Quali sono le principali proprietà delle piante aromatiche? Come è possibile utilizzarle in ambito domestico? Viridea organizza a partire da sabato 19 marzo un corso gratuito per approfondire caratteristiche e impiego delle piante aromatiche, sia in cucina che come rimedi naturali. Durante gli incontri, tenuti da un’esperta naturopata, saranno toccati diversi aspetti: dopo una breve introduzione dedicata alla naturopatia verranno forniti alcuni cenni storici sulla nascita delle piante aromatiche e preziosi consigli sulla coltivazione, raccolta e conservazione di queste erbe.

La naturopata illustrerà poi le numerose possibilità di impiego casalingo, sia a scopo alimentare che curativo, delle differenti essenze: basilico, aglio, prezzemolo, salvia, rosmarino, lavanda, alloro, origano, maggiorana, aneto, menta, timo, coriandolo, erba cipollina, camomilla, finocchio selvatico, elicriso. Saranno infine presentate alcune curiosità e usi non convenzionali delle piante officinali, così preziose per l’uomo e apprezzate fin dall’antichità. L’esperta resterà a disposizione al termine degli incontri per rispondere alle domande dei presenti. I partecipanti riceveranno in omaggio, fino a esaurimento scorte, la guida “Erbe & Aromi”, con 70 schede di approfondimento sulle più comuni piante aromatiche e oltre 100 ricette.

I corsi, della durata di due ore, sono completamente gratuiti e si terranno secondo il calendario seguente:
Viridea Garden Center Torri Di Quartesolo (VI): sabato 19 marzo, ore 15 – tel. 0444/261301
Viridea Garden Center Montebello della Battaglia (PV): sabato 2 aprile, ore 10 – tel. 0383/892253
Viridea Garden Center San Martino Siccomario (PV): sabato 2 aprile, ore 15 – tel. 0382/496701
Viridea Garden Center Collegno (TO): sabato 9 aprile, ore 10 – tel. 011/4536401
Viridea Garden Center Settimo Torinese (TO): sabato 9 aprile, ore 15 – tel. 011/8211488
Viridea Garden Center Rodano (MI): sabato 16 aprile, ore 10 – tel. 02/95957301
Viridea Garden Center Cusago (MI): sabato 16 aprile, ore 15 – tel. 02/90390787
Viridea Garden Center Rho (MI): sabato 23 aprile, ore 15 – tel. 02/93208201

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Il Vino Danza, uno spettacolo sinergico, tra l’ arte della musica e il fascino della storia e della degustazione, per raccogliere l’attenzione del pubblico, divertendo e coinvolgendo gli spettatori, promuovendo la cultura e i valori del vino e della musica popolare.

 

Canzoni, ballate e danze tradizionali (con strumenti originali), interpretate dai Seanchaì, accompagnano gustose storie, racconti, curiosità sulla cultura del vino italiano con un approfondimento tematico regionale e alcune contaminazioni europee.

Nell’affascinante contesto dell’ Enoteca Ristorante Piaceri & Pasticci situata nella più bella corte del 700 nel centro di Parabiago, saranno protagonisti i Franciacorta Bio di Barone Pizzini, magistralmente abbinati ad un menù firmato da Luigi Dell’Arena.

 

Salmone marinato al limone e vaniglia, Cappasanta allo Sherry, couscous alle verdure caramellate con gamberi & Franciacorta Docg Nature
Pasta e fagioli alla marinara & Franciacorta Brut
Baccalà alla napoletana & Franciacorta Satèn
Pera al moscato con crema di mandorle e cacao
38 €

 

Il Vino Danza – il 15 aprile 2016 ore 20.30 – PIACERI & PASTICCI
Via San Michele 13
Parabiago (MI)
Italia Tel 0331-553938 – Cell 334-6732167 – info@piaceriepasticci.it

10157373_100340413684091_234013356869434634_nSeanchaí (In Irlanda) o Seanchaidh (in Scozia), significa “portatore di vecchia tradizione”. Nell’antica cultura celtica, la storia e le leggi non erano scritte, ma memorizzate in lunghi poemi lirici recitati da bardi (Filí), in una tradizione: la seanchaithe.

 

Musicisti da oltre 30 anni, in gruppi storici di musica celtica (Celtag) ed etnica (Barabàn); Guido Montaldo e Paolo Ronzio, moderni seanchaidhthe e cantastorie, propongono originali spettacoli, laboratori e concerti, con-fusion di degustazioni, storia e convivialità.

 

Il Vino Danza, uno spettacolo sinergico, tra l’ arte della musica e il fascino della storia e della degustazione, per raccogliere l’attenzione del pubblico, divertendo e coinvolgendo gli spettatori, promuovendo la cultura e i valori del vino e della musica popolare.

_DSC3761masterQuando si parla di acquavite di mele, il pensiero e il mio desiderio corrono immediatamente al Calvados, elaborato nellnell’ ’omonimo dipartimento della Bassa Normandia o da mitiche aree della Bretagna (Breizh). Da quando ho degustato, con passione ed entusiasmo, l’Acquavite Licenza N.1, dell’az.agr. Ricci Curbastro, noti vignaioli di Franciacorta, l’acquavite di mele nel ricordo delle mie sensazioni sensoriali, è diventato questo incredibile distillato.

Le origini di un’acquavite di mele nella terra del Franciacorta, diventa curiosa, raccontata da Riccardo Ricci Curbastro, che ricorda che suo padre Gualberto, nel 2003 piantò 400 piante di mele, per creare un’acquavite per sé stesso. I meli furono ordinati dai migliori vivaisti del nord ovest della Francia e quindi destinati alle colline romagnole di Brisighella dove proprio in quegli anni era nata la nuova azienda agricola Rontana, a 400 metri di quota tra boschi e orizzonti lontani che guardano l’Adriatico e le Alpi.

Certo produrre un distillato nella cantine di Capriolo (sede dell’az. Ricci Curbastro) in Franciacorta non era cosa semplice, furono necessari infiniti permessi per produrre il sidro e poi distillarlo. Il raggiungimento della “licenza”, che porta il numero 1, ha ispirato il marchio dell’ acquavite “Licenza n.1”, che ricorda il frutto del desiderio di fare qualcosa di diverso e forse per la prima volta in Italia.

fotopage_museoL’attrezzatura è un misto di oggetti scovati nei magazzini del Museo Agricolo e del Vino opportunamente riadattati, di vasche di acciaio termocondizionate e di presse, capaci di spremiture soffici, presenti nella moderna cantina. Per la distillazione sono state scelte le Distillerie Peroni, con le quali Ricci Curbastro collabora.

Il primo raccolto nel 2007, poi ancora attesa per l’Acquavite messa a maturare in barrique di rovere francese. Nel contempo papà Gualberto Ricci Curbastro, quasi alla vigilia della “fioritura”, è scomparso, lasciando un prezioso distillato che lo ricorda già nella sua etichetta frutto di alcuni schizzi di Federico Canobbio Codelli, fatti a Brisighella mentre Gualberto coltivava con il trattore il terreno sotto i suoi amati meli.

Calvados-Brandy-di-Mele-620x250Per un grande distillato è strategica la frutta alla base della sua creazione, in questo caso vengono utilizzate quattro varietà di mele, la Douce Moën o Penn ar Bed (vreton) proveniente dal sud del Finistère, Marie Menard o Aodoù an Arvor (vreton), proveniente dalla Côtes-d’Armor, una mela amara che produce un sidro ricco in tannino e colorato; Petit Jaune, proveniente dalla Loira Atlantica, mela dal succo acido, profumato, di buona intensità adatto a rinforzare l’acidità del sidro; infine St. Martin, mela proveniente dalla Normandia, e caratterizzata da un succo dolce amaro.

L’acquavite di mele riposa per oltre cinque anni in barrique di rovere francesi alla gradazione di distillazione, circa 70°, al termine della maturazione viene diluita con acqua per portarla a 43°, filtrata ed imbottigliata. Servita in ballon, come quelli per i grandi vini rossi, il colore è giallo ambrato non troppo intenso, effluvi fragranti e persistenti, profilo aromatico deciso e ricco di sfumature. Al palato è morbida, vellutata e aromica, dal sapore maturo di mele. Da servire a temperatura ambiente. Consigli per una degustazione alternativa, l’Acquavite di mele viene bevuta come aperitivo con ghiaccio o in long drink ad esempio con la Schweppes o il Ginger Ale (3/10 di acquavite di mele e 7/10 di Schweppes o Ginger Ale).

Da abbinare alle crepes dolci, con gelato alla vaniglia, mele e acquavite flambè. Possiamo anche accompagnarla con fette di mela essiccata o con frutta tropicale disidratata: papaia, mango, ananas e uvetta sultanina. Può accompagnare il caffè (svuotando la tazzina del caffè, quando è ancora calda e sul fondo è rimasta una lacrima di caffè, si versa un po’ di Acquavite di mele che a contatto con le pareti calde della tazzina si riscalda e nello stesso tempo capta il gusto rimanente del caffè) o come potente digestivo.

Azienda Agricola Ricci Curbastro – Via Adro, 37 – 25031 – Capriolo (BS) – Italy – Tel. +39 030 736094 – www.riccicurbastro.it

gagliardoLa storia del bitter affonda le sue radici  nel passato, quando la medicina non era una scienza esatta e ci si curava soprattutto con le erbe. Legata in modo atavico a quella degli amari e degli elisir medievali, fu frutto del sapere degli speziali, che soprattutto a Venezia nel 1700,  smerciarono questi infusi a base di erbe e di alcol come elisir di lunga vita.

In un tempo molto più vicino a noi, all’incirca a metà del XIX secolo, il farmacista creolo Antoine Amédée Peychaud, nella città di New Orleans fu il primo a coniare l’appellativo “cocktail”, dove utilizzava i suoi  Peychaud’s aromatic bitters, che diventarono presto famosi in tutto il mondo.

La storia contemporanea, soprattutto in Italia, è stata scritta dal celebre Bitter Campari, ma il futuro potrebbe essere anche dei bitter artigianali, quali il Gagliardo… un nuovo Bitter molto amaro detto, infatti, Radicale.

bitter2Brevettato dalla distilleria Schiavo di Costabissara (VI), “la differenza del Gagliardo – spiega Marco Schiavo, suo inventore e fine elaboratore – è nella produzione artigianale in piccoli numeri del Bitter…l’uso di erbe, radici, spezie tutte naturali, l’infusione per almeno 15 gg  e la mescola delle stesse a mano seguendo la tecnica del “batonnage” come nel vino.

Il colore naturale di questo suadente bitter è cocciniglia al 100% e una leggera filtratura, non rendono il prodotto completamente trasparente, consente a quella parte aromatica in più di fare la differenza. Abbiamo sperimentato con l’amico Carlo Gasparin, titolare del Qubò di Costabissara, numerosissimi drink, come Milano-Torino, Americano, Negroni che sono conosciuti per la loro sensazione amaricante, molto più ampia, ma che si sposa benissimo con l’uso di Vermouth dolci di altissima qualità. Può essere bevuto on the rocks, con un twist d’arancio, oppure come componente di spritz o long drink”.

museo07Il Bitter Gagliardo ha fatto la sua presentazione in pubblico su un palcoscenico ambizioso, il giardino dell’Hotel Bulgari a Milano, per aprirsi ai migliori locali horeca grazie alla distribuzione da parte di Jacques Swartjes della Spirits of Indipendence Italia di Varese.

 www.gagliardobitter.com

baraban“Spunta l’alba del 24 maggio, comincia il fuoco l’artiglieria, il terzo alpini per la via, il Monte Nero per conquistar”… sono le parole d’inizio de “Il Monte Nero”, canto raccolto dalla voce di Eva Tagliani, timorosa nell’eseguirlo perché proibito durante il fascismo, come d’altronde tutte le altre “memorie musicale”, incise dai Barabàn in questo album, essenziale per la memoria della storia del nostro Paese.

Da alcuni anni Barabàn porta nei teatri e nelle piazze lo spettacolo multimediale Voci di trincea, che narra la Grande Guerra, di cui ricorre quest’anno il centenario, che in realtà per l’Italia si prolunga nel 1915, poiché il nostro Paese entrò in guerra il 24 maggio 1915.Il primo conflitto mondiale si presta ad essere il simbolo della guerra nella sua essenza, con il suo esagerato carico di morti e feriti, di vite segnate da profonde mutilazioni, fisiche e psicologiche. Coerentemente con l’attenzione che Barabàn rivolge da sempre ai temi sociali, il CD – così come la performance “live” – rilegge la Grande Guerra dalla parte dei soldati più umili, di quelli che, provenienti da zone rurali e generalmente privi di particolari specializzazioni, finivano in prima linea.

Pastori sardi, braccianti delle Murge, contadini veneti, minatori bresciani si trovarono spalla a spalla nelle trincee, parlando lingue diverse, a combattere per scopi che venivano comunicati loro dagli slogan dei manifesti di propaganda. Registrato tra il 2004 e il 2015 in Italia, Svizzera e Germania, talvolta anche in luoghi cari alla memoria della Grande Guerra, come le pendici del Pasubio, l’album inanella canzoni – in gran parte di protesta – divenute il simbolo dell’assurdità della guerra e del dolore che il lungo conflitto ’15 – ’18 ha portato in tutte le case italiane e di gran parte dell’Europa.
Il canto, spesso, era per i soldati un’occasione di legame e la maggior parte delle canzoni della Guerra ’15-18 sono infatti in lingua italiana proprio per poter essere condivise da tutti, così come i pochi balli, Valzer o Polche, eseguiti da improvvisate orchestrine formate da quelli che riuscirono a portare al fronte una chitarra, un mandolino o un violino.

I canti della guerra, poi, sono stati riportati a casa direttamente dai soldati, o creati dai cantastorie, diffusi e replicati dalle donne nelle risaie o nelle filande. In molti casi si tratta di vecchie ballate, con testi modificati per adattarli alla propria condizione e alle proprie battaglie, spesso ramificatisi in tante versioni quante erano le brigate dove circolavano. Rari, invece, i canti in cui la protesta assume forma consapevole. Alcuni di questi, raccolti negli anni Sessanta durante le ricerche sul canto sociale e altri documentati da Aurelio Citelli e Giuliano Grasso negli anni Ottanta, sono ancora oggi eseguiti da coloro che operano per la conservazione della memoria, impegnati a sottolinearne la diversità e la specificità rispetto al grande serbatoio costituito dal repertorio dei cori alpini dove guerra, escursionismo e folklore si mescolano in uno stile ormai parte integrante di alcune culture regionali.

baraban2Cento anni dopo, molte di queste canzoni, con il loro carico di dolore, rabbia e speranza, serbano intatto tutto il loro valore storico e di testimonianza, e Voci di trincea attesta come il popolo, pur non avendo voluto la guerra, l’abbia però fortemente, e tristemente, cantata.

Il progetto è dedicato “A quelli che non sono tornati”.

Barabàn
Vincenzo Caglioti: organetto diatonico, fisarmonica, ocarina, cori
Aurelio Citelli: voce solista, tastiere, fisarmonica, bouzouky, basso elettrico, mandolino, ocarina
Giuliano Grasso: violino, mandolino, cori
Diego Ronzio: clarinetto, sax soprano, tastiere, percussioni, armonica a bocca, ocarina, cori
Paolo Ronzio: chitarra, mandolino, piffero, ocarina, cori
Alberto Rovelli: contrabbasso, basso elettrico, percussioni

Per acquistare i CD e Baraban management, www.baraban.it, info:+39.3387189841

begonia-glowing-embers
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Appartiene alla famiglia delle begoniaceae ed è diffusa in tutte le regioni, da quelle tropicali a quelle temperate calde. Il genere begonia è composto da circa 900 specie, di cui la maggior parte perenni, e un numero impressionante di ibridi, oltre 10.000, che possono essere divise in 3 gruppi principali: begonie tuberose, begonie rizomatose e begonie a radici fascicolate.

La Begonia emana un fascino antico, grazie alla semplicità dei suoi fiori, che evocano innocente bellezza, rivelano una fine fioritura. La maggior parte della specie si incontrano nelle foreste pluviali dove godono di climi umidi e piovosi ma anche lungo i fiumi e nei pressi delle cascate. Queste specie hanno una crescita pressoché continua non essendo soggette a variazioni climatiche.  Altre specie vivono invece in alta quota (fino 2500 m), in luoghi più luminosi, ma con stagioni fredde e secche, in queste condizioni le piante hanno sviluppato un tubero che permette loro di entrare in riposo nella stagione più difficile. Questa diversità di condizioni climatiche e di origini geografiche, che vanno dall’America Latina all’Africa al Sud-est asiatico fino al Nepal e alla Cina, ha ovviamente portato a una grandissima diversificazione dell’aspetto di queste piante. Si usa dividere le begonie in gruppi a seconda della caratteristiche fondamentali delle piante.

La prima Begonia che giunse in Europa arrivò in Francia nel 1777. Proveniva dalla Giamaica e fu battezzata Begonia nitida. Fu un monaco francese, studioso di botanica, a scegliere il nome “Begonia”, ispirandosi a Michel Bégon, il governatore di Santo Domingo, grande studioso di piante e tra i primi a sostenere la necessità di proteggere la flora di una località.
La Begonia è presente tra le 50 piante segnalate dagli scienziati che hanno lavorato ad esperimenti NASA con l’obiettivo di riuscire a valutare con precisione le proprietà di purificazione dell’aria da parte di una cinquantina di piante di diverso genere.
Nel linguaggio dei fiori Begonia significa “attenzione!”.

Dall’8 al 17 maggio 2015 I Viridea Garden Center accoglieranno un esclusivo assortimento di begonie di ogni colore, compatte o ricadenti. Una grande mostra mercato, oltre ad essere proposte in un grande ventaglio di sfumature, le piante saranno disponibili in tre tipologie di contenitore, in base alla posizione in cui dovranno essere collocate: in vaso, perfette per essere trapiantate. Maggiori informazioni su www.viridea.it.

appassimentoIn una recente puntata di ExpoWineList, rubrica mensile di Mixer, http://www.mixerplanet.com/RIVISTE/Mixer/274/index.html, abbiamo parlato della Valpolicella, che grazie soprattutto al suo Amarone, è diventato il vigneto più prezioso d’Italia. 7.435 ettari coltivati a vite, che secondo uno studio di Assoenologi, valgono complessivamente circa 4 miliardi  di euro, una cifra che non ha eguali tra le altre Denominazioni italiane di vino rosso.

Ma Valpolicella non è solo Amarone, ce ne siamo resi conto durante l’ultimo tasting, dove mettiamo in evidenza non solo le caratteristiche organolettiche del vino, ma anche il valore del packaging, della facilità degli abbinamenti in cucina, del valore aggiunto verso il territorio, la ristorazione, ecc. ecc. Considerato forse a torto il “fratello minore” dell’ Amarone, il Valpolicella “Ripasso” è un vino che riscuote un gran successo, dovuto sicuramente all’ ottimo rapporto qualità/prezzo e al suo fascino verso soprattutto i giovani.

Il ripasso è una pratica di cantina – tipica della Valpolicella e simile al rigoverno utilizzato per il Chianti- che consiste nella rifermentazione (o seconda fermentazione) del vino Valpolicella fresco, con le vinacce (o fecce) appena utilizzate per la fermentazione dell’Amarone, vinacce provenienti da uve della medesima vendemmia, ma quindi appassite.  Conferisce al Valpolicella Classico, prodotto con uve di Corvina, Rondinella e Molinara, maggiore struttura e corpo, profumi più complessi e “maturi”, insomma un vino molto  piacevole, ma non impegnativo come l’Amarone e neanche così costoso.

In Valpolicella la tecnica del ripasso era caduta in disuso, quando a metà degli anni ’60 Masi Agricola la reintrodusse, donando nel 2006 il marchio di Valpolicella Superiore Ripasso alla Camera di Commercio di Verona,  in modo che altri produttori la potessero utilizzare. Un vino molto duttile a tavola perché lascia spazio a innumerevoli abbinamenti, sia tradizionali italiani, che con le cucine del mondo, etniche o creative. Da ricordare il servizio, che merita rispetto tanto quanto l’Amarone: apertura della bottiglia tempo prima; un calice ampio, balloon e una temperatura non inferiore ai 18 gradi.

I Valpolicella Ripasso degustati per la rubrica ExpoWineList, sono tutti eccellenti, alcuni di questi emergono tra gli altri per bontà e valore aggiunto. 111319

Il Valpolicella Doc Classico Superiore  Sant Urbano 2011, Viticoltori Speri,campione di biodiversità (vengono vinificate solo proprie uve provenienti da cloni autoctoni, preservando le varietà storiche a rischio di estinzione), ha un packaging mirabile, elegante e lungimirante. Un bouquet esplosivo di frutta rossa matura, che apre ad un palato piacevolissimo, che non stanca mai. Armonizza gli zuccheri dell’appassimento –a volte eccessivi in alcuni Amaroni- con le migliori sensazioni balsamiche di un gran vino rosso. Torre del Falasco Valpolicella Superiore ripasso 2012 Cantina Valpantena, ricco spettro ampelografico, note di sottobosco e confettura, in bocca è suntuoso e originale, un vino ideale a tutto pasto, non troppo impegnativo, dotato di grande bevibilità.

Cesare Marguerettaz, Enrico Massetto,  Piccolo manuale pratico per l’avvicinamneto alla Fiera di Sant’Orso, Testolin ed.

Cesare Marguerettaz, Enrico Massetto,
Piccolo manuale pratico per l’avvicinamneto alla Fiera di Sant’Orso, Testolin ed.

Celebrata il 1 febbraio, in odore di candelora, festa celtica della dea Brigit, patrona del fare artigiano, la festa di Sant’Orso si festeggia da secoli il 30 e 31 gennaio, alla vigilia del giorno dedicato al santo. Un’intera tribù – quella degli artigiani – per due giorni smarrisce ogni pudore e si riversa in strada esponendo se stessa e i propri manufatti. Lo fa per celebrare la rinascita dal letargo? 

Il letargo è finito, l’orso domani si sveglia! Ad Aosta lo si annuncia con una fiera!  L’orso è un animale antico per la Valle, tanto che gli antichi Salassi, asserivano: “Se tra i Salassi vige il detto che ‘quando la marmotta esce dalla tana durante il letargo a guardare la sua ombra: se è visibile, cioè se c’è il sole, l’inverno durerà ancora sei settimane”

Su SantOrso, il santo più popolare della Val d’Aosta, protettore contro le calamità naturali e molte malattie, tra cui i reumatismi e il mal di schiena, si posa nell’iconografia, un uccellino, a ricordare che destinava una parte del raccolto del suo campo ai passeri. Lo si riconosce dal bastone, dal piccolo codice (libro) e dal passero sulla spalla.
Le notizie pervenutaci sulla vita di sant’Orso, sono desunte oltre che dalle tradizioni orali, anche da una “Vita Beati Ursi” di autore sconosciuto, della quale esistono due redazioni, una più antica e breve, della fine dell’VIII secolo o inizio del IX e la seconda più ampia ed elaborata, della seconda metà del XIII secolo. Figlio spirituale del grande Patrizio e mosso dallo spirito missionario cui fece capo San Colombano e i suoi seguaci, che attraversarono l’Inghilterra, la Bretagna, la Neustria e l’Austrasia (allora Francia e Germania) fondando monasteri e abbazie, per giungere a Bobbio (Pc) nel 614.

Céli Dé

Il movimento dei monaci irlandesi prese il nome di Céli Dé(Compagni di Dio), fu un movimento di riforma spirituale, come reazione alla corruzione graduale della Chiesa. Molti di loro erano eremiti e anacoreti e abbandonavano i monasteri per celle solitarie e solitarie in luoghi deserti. Fu la cosìdetta ” diàspora ” irlandese in Europa, così chiamata dal nome di una pietra che, sottoposta al calore, si scinde in minuti frammenti. Sant’Orso fu quasi certamente era un presbitero aostano, vissuto fra il V e l’VIII secolo; aveva il compito di custodire e celebrare, nella chiesa cimiteriale di San Pietro.
Questa figura di custode e celebrante di una determinata cappella o chiesa cimiteriale, era molto diffusa nei secoli passati e a volte, quando questi edifici si trovavano in zone più isolate, questi custodi-celebranti prendevano il nome di eremiti, ai quali si rivolgevano i fedeli per le loro necessità spirituali.
Lo sconosciuto autore della ‘Vita’, lo descrive come uomo semplice, dolce, umile, pacifico ed altruista; un “uomo di Dio” che coniugava la preghiera continua alle opere di carità, visitando i malati, sfamando i poveri, consolando gli afflitti e aiutando oppressi, vedove e orfani; dedito al lavoro del suo campicello per procurarsi il cibo necessario, Orso, di quanto riusciva a raccogliere dalla coltivazione, ne faceva tra parti, per sé, per i poveri, per gli uccellini, i quali dice la leggenda, riconoscenti si posavano affettuosamente sulla sua testa, sulle spalle, sulle mani; inoltre curava una piccola vigna, il cui vino aveva la virtù di guarire i malati.
Orso è un santo, che molti vorrebbero imitare, la sua vita richiama alla mente, un’esistenza arcaica, pastorale, agreste, in pace con Dio, con la natura, con sé stesso e di riflesso con gli altri, senza nemici da combattere, ma aiutando il prossimo nei bisogni sia materiali, sia fisici, sia spirituali.
Concorre alla sua fama, la millenaria Fiera che porta il suo nome, secondo la diffusa tradizione, l’origine del mercato va collegata a una delle forme di carità praticate da sant’Orso, consistente nel distribuire ai poveri degli zoccoli di legno.
La Fiera di S. Orso, presenta i prodotti artigianali della regione Valle d’Aosta, soprattutto quelli in legno, come i sabot (zoccoli), i tsaven (cestini), equile (ciotole), le grolle, gli attrezzi agricoli e naturalmente i tatà, giocattoli in forma animale.
http://www.fieradisantorso.it/

Cesare Marguerettaz, Enrico Massetto,
Piccolo manuale pratico per l’avvicinamneto alla Fiera di Sant’Orso, Testolin ed.

cognepratisantorsoCogne, come numerose altre località di villeggiatura della Valle d’Aosta, d’estate e d’inverno, organizza un denso programma di iniziative e manifestazioni, per scoprire le ricchezze e bellezze della valle, oltre alle consuete attività relative agli sport di montagna. Un ricco programma gestito dal Consorzio Operatori turistici Valle di Cogne, a cui va il plauso per una particolare escursione, intitolata: “promenade botanique”.

La mattinata, carica di pioggia, ha aperto uno scenario affascinante sulla ricchezza floristica dei prati di S.Orso, accompagnati dal magico entusiasmo di Damien Charrance, agronomo e ricercatore. Il prato di Sant’Orso o Mathgamain (in gaelico), che prende nome dal santo che nacque circa alla metà del V secolo in Irlanda, sceso dalla verde Eirin a seguito della guida spirituale di San Colomba, ha origini leggendarie, risalenti proprio al santo irlandese che sembra abbia incoraggiato il disboscamento di questa area, oggi di fronte a Cogne e prominente al massiccio del Gran Paradiso. Leggenda o verità, oggi i prati di Sant’Orso sono una miniera per il turismo di Cogne, ma soprattutto sono la ricchezza – nella storia- per gli agricoltori di Cogne, che ne ricavano grandi quantità di fieno.

I campi sono estremamente parcellizzati, quindi numerosi agricoltori, possiedono piccole quantità di prato, che spesso danno in gestione ad agricoltori più organizzati. Ciò che conta, oggi, in un mondo sempre più omologato, dove la differenza dei cibi e della cultura, fanno le particolarità, sono i piccoli mondi dove ogni sapore è diverso. In primis per la Fontina Dop, che dopo anni di maltrattamenti, riesce ad avere oggi una nuova identità, ma non ancora sufficiente per essere distinta ed apprezzata, in ogni singola parcella, in ogni differente terroir. Terroir, parola comune nel mondo del vino, forse un termine abusato, perché terroir significa la particolarità delle specie delle piante, insieme alle condizioni pedoclimatiche, il tutto correlato e armonizzato con le conoscenze dell’uomo sviluppate nei secoli.

damienIl vino, senz’altro rappresenta bene questo concetto, ma anche il fieno, soprattutto in un prato come quello di Cogne, che raggruppa circa 40 ettari, “un prato coltivato da secoli, quindi non naturale, – come piega Damien Charrance, agronomo – perché subisce irrigazioni e concimazioni e infine la falciatura, che determina il futuro del prato, se non falciassimo cosa rimarebbe? L’attenzione dell’agricoltore – continua Damien – deve essere assidua per evitare le specie selvatiche che invadono il prato, selezionare le migliori ad uso foraggero, determinando un’evoluzione dei pratic che consentano ai produttori di formaggi di permettere di riconoscere al consumatore, previo una determinata comunicazione, i tipi di formaggi e le erbe che diventano parte integrante del latte”. Sono oltre trenta le differenti erbe presenti nei prati di Sant’Orso, oggi ben selezionate e distinte. Alcune hanno anche un uso alimentare e officinale, determinate dalla tradizione e dalla moderna scienza. Come l’Achillea millefolium, utilizzata nella tradizione come rilassante e digestiva, celebre ad es. nell’elaborazione del Fernet.

fieno1Ma quali sono le specie congeniali per il miglioramento del foraggio, tenendo in considerazione che la razza bovina valdostana è molto antica, appartenente a un gruppo bovino autoctono, che popolò originariamente l’arco alpino, derivato probabilmente dal “bos brachyceros”, uno dei bovini ancestrali che vissero a cavallo con la preistoria? “Il Trisetum flavescens è una graminacea frequentissima nei prati –spiega Damien Charrance –  ha un buon valore nutritivo ed è un ottima foraggera che viene spesso consumata attraverso il pascolo. Indica eutrofia del suolo, vale a dire elevata presenza di nutrienti, in particolare azoto e potassio. Phleum pratense è una graminacea presente nei nostri prati, la considero una discreta foraggera perché a maturità diventa molto pagliosa e perciò meno appetibile da parte degli animali. Dactylis glomerata è una della graminacee con maggiore interesse foraggero, produce molta biomassa di buona qualità e si adatta bene ai terreni eutrofici. Purtroppo devo dire che il prato di Sant’Orso è invaso da almeno 2 categorie di specie dannose per la qualità del pascolo. La prima è rappresentata dalle ombellifere, che hanno un alto contenuto di lignina e, se raccolte insieme al fieno, peggiorano la qualità del foraggio perché in genere sono rifiutate dal bestiame. La seconda categoria di infestanti è la cresta di gallo (Rhinanthus sp.), questa specie è estremamente competitiva nei confronti delle foraggere e finisce per sopprimerle nel giro di 3/4 anni. Risulta perciò evidente la necessità di contenere queste piante nell’interesse di salvaguardare e migliorare la qualità dei nostri fieni/pascoli”. Sono argomentazioni essenziali per il consorzio (associazione di proprietari di prati) nei prati di Sant’Orso, punto di riferimento della comunità di Cogne.